RACCOLTA — Dall’oliva all’olio

Una volta si raccoglieva così

Nei ricordi della nostra famiglia, la raccolta delle olive aveva un volto molto diverso da quello di oggi.

Si lavorava in giornate spesso fredde, con giubbotti pesanti, guanti e piccoli fuochi improvvisati ai margini dell’oliveto per scaldare le mani gelate.

Donne e bambini trascorrevano molte ore vicino al terreno, spesso in ginocchio, raccogliendo le olive una a una. 

Gli uomini salivano invece sugli alberi utilizzando lunghe scale di legno, appoggiate nei punti della chioma predisposti dalla potatura, le cosiddette “appuianne”.

Prima si utilizzavano le saccute, poi arrivarono i teli e i rastrelli. La raccolta era lenta, faticosa e anche molto più rischiosa di oggi.

Ma c’era anche un’altra dimensione.

Tra una scala e l’altra, le squadre si riconoscevano dai cantori. Le voci si cercavano e si rispondevano da un punto all’altro dell’oliveto, trasformando il lavoro in una sorta di esperienza corale spontanea.

In giornate in cui non c’erano motori, abbacchiatori o rumori meccanici, il tempo era scandito dal fruscio delle fronde, dalle voci e dai gesti del lavoro.

La raccolta non era soltanto fatica.

Era anche ritmo, presenza, compagnia.

Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da raccontare oggi: il modo in cui il lavoro agricolo riusciva a diventare, nello stesso tempo, necessità, comunità e memoria.